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 chi sono i nerkias

pier paolo piccioni (petò): voce solista, tastiere, prog. midi, chitarra acustica

luca marcolini (luk): 
voce solista, chitarre elettriche ed acustiche

marco de vecchis (kino): voce/cori, pianoforte, 
fisarmonica

marco marcolini (tex): voce/cori, basso elettrico e acustico, prog. dance sequencer

nicola flaiani (nick): voce/cori, batteria, percussioni

mirko angelini (mik): voce sguaiata/cori

carlo travaglini (zio): voce cupa/cori

peppe salustri (pepp): voce tenorile/cori

 

IL FENOMENO NERKIAS, TRA ARTE E SBERLEFFO
del sociologo Nello Giordani

Chi si trova anche solo per caso ad ascoltare la musica dei Nerkias, quand’anche non esperto di semantica strutturale, resta immediatamente colpito dalla loro capacità di abili ammaestratori del verso. Posseggono la fortunata attitudine di modellare le parole come fossero plastilina, per comporne significati tra il serio e il faceto, tra l’esilarante e l’ironia caustica.

Ciò che salta subito all’orecchio, quand’anche abbondino di espressioni coprolaliche e lascive, è che i Nerkias non scadono mai nel volgare (si è tali quando si è beceri, triviali). Basti ascoltare la bossa nova “Saudade de frenia”, nel CD “Mare Pizzeca”, per accorgersi immediatamente di essere di fronte ad una delicata poesia sarcastica. Ma tale CD, tuttavia, è solo il primo lavoro ufficiale conosciuto dal grande pubblico, perché in anni precedenti si erano già distinti con lavori come “Pube” (1983), “Fallo” (1984), “Pallasport” (dal vivo, 1984), “The final caz” (1986) e “Hasta la minchia” (1987).

Nel brano “Federica” cambiano stile: l’ironia non è nella parola ma nella musica, in quanto dapprima fanno il verso alla canzonetta italiana “per bene” imitando l’espressione caramellosa dei Pooh, poi, nella seconda parte, passano a scimmiottare i Cugini di Campagna intrecciando words e music in senso espressamente beffardo. In “L’asculà”, invece, riprendono un tema già affrontato da Cecco d’Ascoli (Francesco Stabili), tratteggiando il carattere infido dell’ascolano che, a tutt’oggi, sembra abbia perso il pelo ma non il vizio; carattere che non si attaglia più esclusivamente solo all’abitante di Ascoli, ma ormai pervasivo nella società globalizzata dello sciupio vistoso che esalta l’edonismo e l’individualismo. E’ l’uomo che “tira la prèta e nasconne la ma’” (tira la pietra e nasconde la mano), sempre pronto a condannare perché ha sempre “la prèta su la ma’” (la pietra nella mano).

Forse, senza saperlo, la loro musica recupera un genere che per secoli è stato tipico della cultura popolare italiana: quello dello stornello ingiurioso, cantato da coloro che avevano subìto un torto o un’ingiustizia oppure da chi, lasciato dalla fidanzata, lo cantava pubblicamente per schernirla e far sapere a tutti la sua rabbia. Arte antica, molto diffusa nell’Italia medioevale e ad Ascoli Piceno dove, in occasione delle feste in onore di S. Emidio, si organizzavano delle gare di bravura in cui si premiava quel canto più originale e più divertente.

Nella storia artistica europea non sono mancati esempi di autori che hanno utilizzato lo sberleffo e il turpiloquio per scandalizzare benpensanti e buonsensai come, fra i tanti, i bohémien, artisti e poeti della seconda metà dell’ottocento che, oltre a condurre una vita sregolata, libera e anticonformista, hanno composto opere letterarie di grande valore.

Sebbene i Nerkias si siano autodefiniti “otto lestofanti abilmente dissimulati da seri professionisti”, essi mostrano un’elegante intelligenza nel fare motti di spirito sopra sé stessi, e sono andati oltre i bohémien, perché creano canzonette che solo all’ascoltatore distratto possono sembrare banale ironia (Oscar Wilde asseriva che “solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”) mentre in realtà hanno il senso graffiante del sarcasmo. Mentre oggi si abusa di personaggi di governo definiti di alto profilo istituzionale, i Nerkias ci consegnano una vera e propria scoreggia istituzionale.

Tuttavia l’ascoltatore non introdotto non si faccia illusioni: anche i Nerkias hanno un limite, e questo è costituito dal loro localismo. A differenza degli Squallor, la molteplicità del gioco di parole in dialetto ascolano utilizzato nei loro brani costituisce il perno e l’essenza della loro allegoria, e purtroppo tale dialetto, per il momento, non è esportabile.

Ma si badi! Non si ravvisano pretese di fare high culture. Tutto questo per loro è un gioco!

 

Aprile 2000

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